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ôñéáñßäçò * ÔÝóóåñéò éóôïñßåò äáêñýùí
thanassis triaridis
A Dimitris Papadoulis
Tra folte schiere di ubriaconi, di
scienziati pazzi, di collezionisti maniacali, di
cacciatori mercenari, tra gli usciti fuori di senno che hanno visto Dio coi
propri occhi, tra coloro che con ogni mezzo possibile e immaginabile cercano
sottobicchieri di madreperla, corone di alloro, frammenti del Sacro Legno della
Passione, amuleti magici, bracciali
d’argento, collane istoriate ed anelli, parole dimenticate, fiori sacri o icone
demoniache, libri proibiti, in poche parole tutto ciò che si trovi in
qualche modo fra Dio e gli uomini; tra tutti questi dunque ve ne sono alcuni
-pochi, a onor del vero-, che non cercano nulla né di lucente né
di ricercato. Cercano un semplice pugnale.
Si contano sulle dita di una sola mano –a dir tanto-; con i loro racconti
fumosi e contorti disegnano storie d’altri
tempi, ma sono pronti a troncare di netto qualsiasi discorso se viene loro
chiesto il motivo di tutte le loro ricerche. Devi essere molto furbo o
fortunato per scovarli di notte in qualche bettola; in questo caso devi distrarli cominciando a parlare per primo degli
argomenti più disparati, fino a che non vedrai nei loro occhi un segno
di debolezza e di cedimento. In quella momentanea solitudine, ti diranno una
sola, flebile e incomprensibile frase: che Dio ha consegnato il
suo pugnale a Pietro Bole, assieme alla sua Freschezza e alla sua Collera.
Subito dopo si renderanno conto di aver detto troppo; si alzeranno dal
tavolo e si allontaneranno in fretta, quasi correndo. E tu rimarraii lì,
di stucco, perché non hai mai sentito niente sulla
terribile storia di Pietro Bole e
***
Pietro
Bole, che
in tutta
la sua
vita percorse
la tortuosa
strada della
purezza, quella
stessa strada
che ti
conduce nello
stomaco dell’
Inferno, nacque in
un paese
dell’ entroterra della
Tracia verso
la metà
diciannovesimo secolo;
sin da
piccolo fu
pastore, così
come lo
erano stati suo
padre e
il padre
di suo
padre; l’inverno
lo trascorrevano
nei pascoli
a valle,
mentre d’estate
salivano per
i freschi
fianchi della
montagna boscosa. Durante le notti d’estate quando le pecore si
addormentavano, Pietro si sdraiava in mezzo ad esse e, nell’infinita
tranquillità della notte, guardava l’immensa volta
La famiglia di Pietro era legata
ad un voto fatto da suo nonno, secondo cui nessun
membro della famiglia avrebbe mangiato carne per sette generazioni,
perché quando era solo un bambino di dieci anni, durante un tremendo
temporale, un fulmine lo trapassò da parte a parte senza che gli
accadesse nulla. Allora fece il suo voto a San
Giorgio. Così Pietro Bole e tutta la sua famiglia si nutrivano
Aveva dodici anni quando venne l’esercito a
confiscare i pascoli. Un mese
più tardi suo padre gli disse che un generale voleva venti agnelli da
fare allo spiedo per una festa dell’esercito. Pietro voleva bene alle sue
bestie, parlava con loro, sentiva il mondo attraverso
la tranquillità
Quella notte Pietro pianse per la prima
L’unica cosa che chiese a suo padre fu di concedergli
che gli agnelli morissero per mano sua; la mattina
Attraversò tre valli lunghe e strette,
finché, quasi al tramonto, giunse alla vista della
valle dove viveva il vecchio Bumin, il famoso fabbro dalle mani magiche, che si
diceva potesse modellare il ferro fino a farlo diventare più morbido
delle foglie di betulla...
Con il vecchio fu schietto e
sincero: “Voglio un pugnale che dia la morte alle pecore nel modo più
dolce possibile...” gli disse. Il vecchio dagli occhi
azzurri tardò un poco a rispondergli: “Non mi hanno mai chiesto niente
di simile. Cercherò di fare ciò che mi chiedi, ma non posso
prometterti niente”.
Subito il vecchio si chiuse
nella sua capanna, mentre Pietro era lì fuori, ad aspettare. Poco prima
dell’alba la porta si
aprì e ne uscì il vecchio Bumin
tenendo in mano un fagotto di panno nero ripiegato. I suoi occhi azzurri
luccicavano nel buio in maniera insolita: “Ecco, prendi il dolce pugnale che mi
hai chiesto... Ho da dirti però una cosa: per tutta la notte la bottega
era pregna di un forte odore di zolfo; questo vuol
dire che il diavolo era al mio fianco quando battevo sull’incudine... Stai
attento che la lama non si bagni di vino rosso, perché l’acciaio che ho
usato si ossiderebbe e darebbe la morte fra dolori e spasimi atroci...”.
Sette ore più tardi Pietro Bole stava
già dando la morte alle sue pecore col dolce pugnale che aveva fatto per
lui il famoso fabbro dagli occhi azzurri. Quando
svolse il panno e soppesò il pugnale col palmo
della mano, lo sentì essere la naturale continuazione
Quando lo infilò nella gola della
prima bestia, questa gli rimase in braccio calma e tranquilla, come se la morte
fosse stata una mano leggera… Lo stesso successe anche la
Quella stessa notte Pietro se ne andò per
sempre dal suo paese; non prese nulla con sé, soltanto un mantello nero
appartenuto a suo
nonno, al nonno che gli aveva insegnato a mungere le pecore, e
ovviamente anche il coltello di Bumin. Camminava senza meta,
il giorno seguente arrivò in un grande villaggio, dove gli uomini lo
guardavano con uno strano sospetto. Il ragazzo bevve un po’ d’acqua dal pozzo e
poi chiese ai contadini sorpresi: “ Se avete degli
animali da sgozzare, lasciate che sia io a farlo…”. E quando gli chiesero
perché voleva essere lui a fare quel lavoro, egli rispose che aveva il dolce pugnale, e gli sguardi delle bestie non si
sarebbero adombrati col velo nero della morte, ma avrebbero sentito solamente
una leggera brezza.
***
Con questo coltello alla cintola Pietro Bole
cominciò il suo lungo errare; dapprima in
Tracia, poi in
Il tempo
passava, le stagioni si succedevano l’una all’altra e Pietro cresceva come uno spettro
braccato che si aggirava per i villaggi elargendo alle bestie una morte dolce.
Oltre alle pecore e ai maiali, spesso gli veniva chiesto di dare la morte anche
ad altri animali: cani rabbiosi, cavalli feriti o vecchi, muli malati e buoi. I
capelli gli crebbero fino alla vita, il viso divenne
scuro per la peluria dell’adolescenza; il mantello era diventato ormai un panno
rattoppato e maleodorante. Andando di provincia in provincia imparò
anche altri dialetti: aveva la capacità di comprendere in pochi giorni
una lingua straniera.
Erano passati circa cinque anni da quando se n’era
andato dal suo villaggio, quando si ritrovò sul Verde Altopiano, a nord della Macedonia. In un villaggio
fluviale, dove nessuno aveva animali da far sgozzare, un vecchio si avvicinò
a Pietro proprio quando si accingeva a ripartire, chiedendogli un favore: la
sua vecchia moglie stava morendo di una terribile malattia; era costretta a
letto ed il suo corpo era coperto di piaghe dalle quali si vedeva la viva
carne. Se lui le avesse concesso la tranquillità nella morte con il suo pugnale, il vecchio gli avrebbe dato qualsiasi cosa,
aveva cavalli e oro.
Pietro lo seguì silenzioso; una
Pietro si sedette accanto a lei, tirò fuori il pugnale e le carezzò velocemente la gola; quel
respiro soffocato si interruppe. Il vecchio gli aveva
preparato un sacchetto di monete d’oro, ma Pietro non accettò. Allora il vecchio gli fece sellare un cavallo e glielo diede
dicendo: “perché tu possa arrivare prima alla tua meta”.
***
Così nacque la leggenda di Pietro
Bole, che col suo dolce pugnale dava la morte oltre che agli animali, anche
agli uomini. Non chiese mai un compenso
o qualcosa in cambio, e di quanto gli davano teneva solamente quanto era
necessario al cavallo, mentre il resto lo divideva fra gli accattoni e gli
ubriachi delle bettole. Non mangiò mai carne, né mai bevve vino,
né mai si avvicinò ad una donna per
desiderio; solamente di notte si distraeva, guardando la nera volta
Ma gli anni passavano ed il vagabondaggio di Pietro
continuava senza sosta: dal Verde Altipiano andò in Bosnia, in Dalmazia,
in Lombardia, nel Mare Azzurro, nella Valle dei Fiumi, nel Terra dei Baschi, in Castiglia, in Portogallo. Da adolescente divenne uomo fatto, la sua barba cominciò ad
ingrigirsi; soltanto la sua fronte -cosa strana- non fu mai solcata da alcuna
ruga. E’ facile capire che neppure mille pagine basterebbero a contenere
le storie di tutti coloro che cercarono la dolce morte trovandola nella lama
Riporto qui alcuni eventi soltanto, così come
sono stati tramandati da racconti sommari ed anche un
pò paradossali, che una
***
Una volta, quando ormai il
suo vagabondare lo aveva portato al confine in cui l’Europa quasi si tocca con
l’Africa, una solenne delegazione lo raggiunse nella locanda dove avrebbe
passato la notte, e attorno alla quale si erano accampati anche i diseredati
che lo seguivano. Il capo di questa ambasceria, un
generale dall’armatura finemente lavorata chiese udienza a Pietro e con fare
solenne gli annunciò il desiderio
Viaggiarono per molti giorni; quando giunsero nella
capitale
Il re
Geronimo parlò a Pietro senza mezzi termini: “Ho sentito parlare molto
di te, Pietro Bole e ti ho chiamato qui, nel mio paese, dopo una riflessione
lunga e sofferta. Nel Grande Lago in questi ultimi anni sono andati aumentando
in maniera vertiginosa i disperati ed i diseredati,
quelli ai quali la vita non concede nessuna possibilità, quelli che si
spengono lentamente ed in silenzio nella fame, nell’indigenza e nella miseria.
Nessuno può offrirgli il sogno per un domani
migliore, né scacciare, anche se per poco, il dolore e la disperazione
dalle loro anime. Credo che sia mio dovere dare loro l’unica possibilità
di essere felici che resta loro: la morte concessa dalla lama
Pietro rimase pensoso piuttosto a lungo.
La sua mente era capace di contenere soltanto la purezza: gli occhi delle
pecore e quelli degli uomini, il dolce pugnale che
trasmetteva la sua freschezza nell’attimo preciso della morte. I lunghi anni di
quel girovagare lo avevano reso diffidente nei confronti dei re, ma Geronimo
non gli chiedeva altro se non di fare ciò che aveva sempre fatto… Ad un
certo punto il suo sguardo si fissò su Costanza, la bellissima figlia
muta
E così avvenne; il re
Geronimo accettò i termini di Pietro senza obiezioni. Già dal
giorno successivo gli araldi cominciarono a disperdersi per tutto il regno del Grande Lago annunciando per città e
villaggi l’arrivo della carezza dell’arcangelo; poi cominciarono a stilare le
lunghissime liste con i nomi di quanti desideravano trovare la morte con il
dolce pugnale di Pietro Bole. E quando egli cominciò a visitare i primi
villaggi per compiere il suo terribile compito, il numero di coloro che
venivano a chiedere la morte con la lieve carezza del dolce pugnale erano il
triplo di quanti erano scritti nelle liste, e così finivano per fare la
fila accanto alle carrozze che trasportavano lui e il suo insolito seguito. Vi furono alcune volte in cui Pietro dava la morte senza
sosta per tre giorni consecutivi, senza mai fermarsi, mentre poco più in
là i soldati scavavano enormi fosse comuni per seppellire i cadaveri, ed
i preti facevano funerali collettivi. Così il Grande Lago viveva
l’isteria selvaggia della dolce morte che Pietro Bole concedeva; in qualsiasi
città o villaggio arrivasse, lo trovava decorato a festa, con bandiere,
stendardi e ghirlande, come fosse la
festa del santo patrono; le strade che sarebbero state attraversate da quello
strano corteo erano state coperte da un drappo nero, la gente si affacciava al
balcone inneggiando e gettando fiori. Tanto che nella maggior parte dei
villaggi della Terra degli Stagni, che era la
provincia più povera e sottosviluppata dell’intero regno, fu tutta la
popolazione a chiedere di ricevere la morte. E tutto ciò senza lamento
alcuno, ma al contrario, con canzoni, danze e risa; una folle sagra con cui
festeggiavano l’illogica fine della loro misera
esistenza.
Ogni quattro settimane Pietro ritornava alla capitale,
nel palazzo
Al loro tredicesimo incontro, quando volgeva il primo
anno della permanenza di Pietro al Grande Lago, e quando ormai aveva girato in
lungo e in largo quasi tutto il paese,
egli sentì, mentre stavano seduti da soli al tempietto del vento, che
una mano toccava la sua. All’inizio gli sembrò un’impressione, ma la
mano di Costanza insisteva, finché non gli prese il
palmo stringendolo con tutta la sua forza. Subito dopo, e
prima che Pietro potesse reagire, la ragazza si alzò e scappò via
correndo. Pietro rimase al tempietto ancora per un
pezzo, e per la prima
Tornò nelle sue stanze (Geronimo gli aveva
concesso la migliore foresteria
“Pietro Bole, questa lettera te
la scrive qualcuno che non crede che tu meriti di diventare lo strumento di
esseri satanici, come il re e le sue figlie. Perché, qualunque sia il motivo da lui addotto, l’unico scopo del re è
quello di liberarsi dei poveri e dei diseredati, e in questo ha trovato il
sempliciotto che lo avrebbe aiutato. In quanto poi ai discorsi riguardo al
debito che ha nei confronti dei disgraziati del suo paese e che può
sciogliere offrendo loro la carezza dell’arcangelo, sono tutte parole vuote; il
suo unico interesse è quello di eliminare tutti quelli che, spegnendosi
lentamente nell’indigenza, non avrebbero tardato a rivoltarglisi contro. Tu eri o strumento migliore. E sappi che anche Costanza fa
parte del piano, quella che ti fa la malinconica con la testa fra le nuvole. Basta che tu ti nasconda di notte nella Sala
dei Consigli, quando quelli penseranno che tu sia già lontano,
così sentirai cosa dicono di te Geronimo e le
sue figlie”.
Il mattino
seguente Pietro partì con il suo seguito (i soldati e gli accattoni)
alla
Una volta seduto, Geronimo
chiese un bicchiere di vino; Caterina, la sua figlia maggiore glielo
versò e palesemente soddisfatta disse: “Mio re, bevi alla salute di
Pietro Bole… Sono appena giunti i messaggeri ad annunciare che egli prosegue il suo viaggio senza ostacolo alcuno. Dopodomani avremo
finito anche con
Ora abbiamo macchine sia per la
guerra che per il tempo di pace, abbiamo ancora macchine con le quali si costruiscono altre macchine e
fra pochi anni avremo macchine che impartiranno ordini ad altre macchine. Al
giorno d’oggi, l’unica cosa che fanno i diseredati è chiedere pane, i
miserabili e gli
storpi è rabbuiarci l’anima nutrendo il nostro senso di
colpa, gli ammalati è riempire gli ospedali fino a creparci dentro. Fino
ad ora tutti questi sono stati solamente degli esseri repellenti, ma un domani potrebbero diventare pericolosi per la loro
disperazione: potrebbero venire a reclamare il nostro pane, o ad infettarci con
le loro malattie, con la loro povertà e la loro mostruosità. Se è la stessa vita a non accettarli, che cosa ci stanno a
fare dunque in mezzo a noi? Mi pesa anche lo sforzo che facciamo per
seppellirli, ma devo dire che mi tranquillizzo all’idea che la carne umana
è un buon fertilizzante”. Queste parole disse
Geronimo e si udirono sonore le risa
“Mio re, e se tu non
avessi incontrato Pietro Bole, che cosa avresti fatto?”, chiese Beatrice appena
le risate si furono placate. Il re bevve un altro sorso del suo vino: “E’ la
pura verità, mi trovavo quasi in un vicolo cieco, ero arrivato al punto
di dover contrattare una guerra con i paesi confinanti, solo per liberarci di
loro, ma per la guerra si sarebbero dovuti aprire i forzieri del palazzo. Poi
pensai di diffondere una malattia capace di levarceli di torno, ma i medici di
corte mi hanno sconsigliato per il pericolo di diffusione dell’epidemia.
Né potevo imbarcarli su delle navi per poi farle affondare in mare
aperto con la scusa di portarli in qualche terra da colonizzare: dove avrei
trovato tutte quelle navi? Quando dunque ero ormai deluso e senza più
speranze, sentii di questo Pietro Bole e della dolce morte che elargisce per
pietà a tutti i sofferenti. Come vedete è stato semplicissimo per
me fare la parte del filantropo, convincendolo a sgozzare i disperati del
Grande Lago, per il loro bene… E questa si è rivelata la soluzione
migliore; lui ce li leverà di torno senza che loro reagiscano o provochino
sommosse. Anzi! Mi giungono notizie che morendo glorificano il mio nome per
aver portato loro la carezza dell’arcangelo…”.
Di nuovo un’esplosione di risa per le battute
di Geronimo. Poi fu il turno di
Anna per chiedere: “E quando terminerà con le Province Settentrionali,
cosa ne sarà di lui, mio re? Perché tutte le volte che lo vedo mi
si stringe lo stomaco..”. Il
padre ribatté: “Gli concederò la mano di Costanza e lo
terrò con noi. E’ per questo peraltro che vostra sorella esce a farsi quelle lunghe passeggiate assieme a lui. A quanto pare
se ne è proprio innamorato. E’ pur vero che la sua figura è assai
inquietante, ma visti i tempi che ci aspettano, anche se riusciremo a salvarci dai miserabili che abbiamo sinora avuto attorno, nasceranno
sempre altri disperati e sempre avremo bisogno di qualcuno che ci liberi di
loro. E chi lo sa, può essere che sposandosi con Costanza faccia un
figlio con la mano leggera come la sua…” . E di nuovo
risero per la battuta
Pietro attese dietro alle tende fino a che il re e le sue sei figlie non si furono ritirate nelle
proprie stanze; quindi, barcollando dal turbamento della sua mente andò
a pensare nella sua camera; sul suo letto si trovava un mazzo di sette chiavi
ed una lettera con la stessa grafia strana:
Non sono degni
Allora Pietro prese con decisione il
mazzo con le sette chiavi e si diresse verso le cucine di palazzo. Lì
trovò una giara con
Con passo deciso si avviò verso la camera
***
La mattina seguente i soldati
Quando il suo corpo fu
finalmente squarciato in due, il popolo inneggiava.
[Traduction : Alexis Tzompanakis]
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